Cameraria dell’ippocastano e altri guai

Certamente l’ippocastano (Aesculus hippocastanum) è uno degli alberi più belli che possiamo piantare in un giardino di dimensioni medio – grandi. Il portamento ordinato, compatto e simmetrico, la dimensione maestosa e la generosa fioritura primaverile ne fanno un protagonista fra gli alberi ornamentali.

Dall’inizio degli anni Novanta, tuttavia, è giunta dai Balcani una farfalletta chiamata Cameraria Ohridella (dal lago di Ohrid, un luogo meraviglioso al confine fra Albania e Macedonia in cui è stata segnalata per la prima volta) la cui larva scava una sorta di “camera” fra la pagina superiore e quella inferiore della foglia e lì si sviluppa a spese della funzionalità della foglia stessa, che spesso secca e cade già in luglio, sicché verso la fine dell’estate i nostri ippocastani assumono uno sconfortante aspetto autunnale. Le piante più vigorose reagiscono con una seconda foliazione autunnale,  ma in ogni caso il danno funzionale ed estetico è grave ed evidente.

Ad oggi non sono noti antagonisti naturali in grado di contrastare efficacemente la diffusione di questo lepidottero, e nei casi più gravi di infestazione è necessario ricorrere agli insetticidi di sintesi.

Il primo segnale dell'attacco: le larve hanno costruito la "mina" ossia scavato fra le due pagine fogliari

La pratica più diffusa consiste nella somministrazione del solito imidacloprid, che si rivela efficace soprattutto per via endoterapica, sempre se la pianta “tira” bene.

Sulla base di esperienze condotte a Bolzano (la cameraria è apparsa per la prima volta in Italia proprio in Alto Adige) quest’anno ho provato ad irrorare alcune piante che negli anni scorsi avevano subito pesanti attacchi con il Dimilin, un insetticida della Dupont che funziona inibendo la formazione della chitina negli insetti. Dato che la chitina costituisce il sostegno del corpo dell’insetto (analogamente al nostro scheletro) nonché la sua protezione come una sorta di corazza, nel momento in cui la larva non è più in grado di costituire questo elemento per lei vitale, non riesce ad evolversi nell’insetto adulto e muore.

Dalle foto si può vedere che la larva ha iniziato il suo lavoro di “minatrice”, ma aprendo con delicatezza le bolle fra le due pagine fogliari ho trovato solo tracce della larva morta. Quindi ad oggi (primi di giugno) mi pare di poter dire che il metodo funziona.

Zone necrotiche della foglia in seguito all'infezione di guignardia aesculi

L’applicazione del Dimilin va fatta con un atomizzatore, e, se si ha l’accortezza di intervenire alla prima comparsa dei segni di attacco dell’insetto (e comunque a fioritura terminata), è sufficiente irrorare anche solo la parte bassa della chioma, che è quella maggiormente interessata dalla prima generazione dell’insetto (mediamente ne compie tre all’anno).

In ogni caso è una buona regola, se si hanno ippocastani in giardino, raccogliere sempre, e soprattutto in autunno, le foglie cadute e bruciarle: in esse infatti svernano le larve.

Raccogliere e distruggere le foglie cadute è anche un ottima strategia per combattere un altro guaio a cui gli ippocastani vanno soggetti: questa volta dovuto ad un fungo specifico della specie: la guignardia aesculi. Questo microscopico parassita attacca le foglie in primavera e produce macchie di seccume (all’interno della foglia, non ai margini) che tendono ad allargarsi fino a congiungersi, ragione per cui l’infezione può essere confusa con quella prodotta dalla cameraria; tuttavia sarà sufficiente un attento esame del tessuto necrotizzato della foglia per capire se si tratta dell’uno o dell’altro malanno. Come già detto, il principale metodo di lotta contro la guignardia consiste nel raccogliere e distruggere le foglie cadute. Volendo fare trattamenti anticrittogamici, è sempre preferibile operare d’inverno o tardo autunno dopo la caduta delle foglie, irrorando la pianta e il terreno sottochioma con prodotti a base di rame come ossicloruro o R6.

Altro guaio degli ippocastani è il cosiddetto seccume o bruciore non parassitario. Come si intuisce dal nome, non si tratta di una patologia dovuta a fattori esterni (funghi o insetti) bensì ad un  fenomeno in qualche misura fisiologico che caratterizza l’ippocastano, soprattutto alle nostre latitudini, dove sono frequenti estati molto siccitose con temperature torride durante le ore pomeridiane. I margini fogliari tendono ad arrossarsi e a seccarsi, mentre rimane sostanzialmente integra e funzionale la parte interna della foglia. In presenza di questo seccume l’unico rimedio è quello di annaffiare abbondantemente il terreno in corrispondenza dell’intero sottochioma e magari programmare, per l’autunno, qualche operazione di miglioramento della struttura del terreno, per esempio con una fresatura dopo aver sparso uno strato di torba, al fine di accrescere la capacità del terreno di assorbire e trattenere l’acqua.

Il seccume non parassitario si riconosce facilmente perché la foglia è rossastra ai margini, mentre rimane verde la parte interna

 

Infine può essere utile tener presente che l’ippocastano a fiori rosa (Aesculus x carnea), di dimensioni più contenute e più resistente a polvere ed inquinamento atmosferico, è praticamente esente dagli attacchi della cameraria.

 

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